da tp4418r8 | Gen 14, 2026 | Blog
Sabato 17 gennaio Pisa scende in piazza.
Scende in piazza per difendere la libertà, il diritto alla vita, la dignità umana.
Sostenere la rivoluzione iraniana significa schierarsi al fianco di un popolo che lotta per la libertà, reclamando il proprio diritto sacro all’autodeterminazione contro ogni forma di oppressione e violenza.
Da troppo tempo il popolo iraniano vive sotto un regime di oppressione che nega ogni diritto fondamentale: il diritto di parola, il diritto di scelta, il diritto di vivere in libertà.
Donne incarcerate per una ciocca di capelli scoperta, cittadini condannati per aver chiesto democrazia, giovani uccisi nelle strade per aver sognato un futuro diverso.
Oggi, di fronte a questa tragedia, il silenzio non è un’opzione.
Pisa risponde con la voce che le è propria: quella della libertà, della giustizia, dell’umanità.
Nessuna bandiera di partito, nessun colore politico divide questa piazza.
È una piazza aperta, una piazza unita, in cui associazioni, movimenti, studenti, istituzioni e singoli cittadini si ritrovano in un comune atto di solidarietà.
Perché i diritti umani non appartengono a una parte, ma a tutti.
Perché ogni popolo che lotta per la libertà è anche un po’ il nostro popolo.
Oggi la comunità pisana si unisce idealmente al popolo iraniano, per ricordare al mondo che nessuna repressione potrà mai spegnere la voce di chi chiede dignità, giustizia e libertà.
Pisa sarà la voce di chi non può parlare, la luce di chi affronta il buio della violenza, la presenza di chi rischia la vita per un futuro migliore.
Al fianco del popolo iraniano, al fianco dei diritti umani, al fianco della libertà.
Perché quando si difende la libertà di uno, si difende la libertà di tutti.
Libertà per l’Iran. Libertà per l’umanità.
da Sergio Piane | Nov 5, 2025 | Approfondimenti, Blog, Il valore delle idee
In una società attraversata da fratture nuove e interdipendenze globali, il rilancio del dibattito politico non può che partire dalla qualità del confronto: la dialettica, non come duello retorico, ma come metodo di ricerca collettiva della verità utile. Il punto di svolta è semplice e impegnativo: far incontrare competenze diverse: economiche, sociali, tecniche, culturali, in uno spazio pubblico dove si discute per risolvere problemi reali. Idee concrete, verificabili e misurabili, devono tornare a essere la valuta corrente della politica: proposte capaci di rispondere ai bisogni della comunità: lavoro, scuola, salute, ambiente, coesione, e di essere rendicontate nel tempo. Questo approccio non abolisce le identità, ma supera i recinti ideologici sterili. La tradizione del liberalsocialismo offre qui un lessico utile: libertà individuale e giustizia sociale come tensione feconda, non come alternativa. L’obiettivo è una sintesi pratica in cui autonomia personale, responsabilità condivisa e redistribuzione delle opportunità si tengono insieme. Ne nasce uno “spazio civico di progetto” in cui la creatività dei singoli, la pluralità dei punti di vista e la partecipazione democratica alimentano un’innovazione etica oltre che politica. La dialettica è il motore di questo spazio. Non c’è soluzione senza conflitto messo in forma: contendere, argomentare, formulare ipotesi, migliorare proposte. Qui la lezione di Norberto Bobbio è ancora un ancoraggio. Per Bobbio la democrazia è innanzitutto un metodo, un sistema di regole che disciplinano il conflitto senza annullarlo: una “difesa delle regole del gioco” come condizione della responsabilità politica. Senza procedure chiare, diritti, garanzie, controlli, non c’è confronto, c’è arbitrio. Ma la democrazia delle regole non basta se non è alimentata da una cultura del dialogo. Bobbio ricorda che “non vi è verità senza libertà”: la politica della cultura è, prima di tutto, una politica per la libertà, contro conformismi e parole d’ordine. È un monito attualissimo: senza libertà di ricerca, la competenza si atrofizza e il dibattito si impoverisce. Il contributo della filosofia alla politica è, dunque, duplice. Primo: offre categorie per capire: potere, eguaglianza, responsabilità, limite e per ordinare il dissenso. Secondo: educa alla mitezza e alla tolleranza come metodi della persuasione, non della coazione; accetta l’errore in buona fede e seleziona le idee migliori nel libero confronto. In questa chiave, la distinzione tra destra e sinistra ha ancora senso se letta come diverso modo di rispondere alla domanda di eguaglianza, ma il banco di prova resta la praticabilità delle proposte e la loro capacità di estendere diritti e opportunità. Per questo serve una politica delle idee che si impegna su tre verbi: vedere, discutere, fare.
Vedere i bisogni (con dati, capacità di ascolto, competenze reali).
Discutere in pubblico (con regole e tempi, valutando costi/benefici e impatti sociali).
Fare, cioè convertire il consenso argomentato in decisioni verificabili al apri di un processo industriale con: obiettivi, indicatori verificabili, revisione periodica.
È così che la creatività individuale diventa bene comune e la partecipazione si traduce in risultati. La filosofia, messa al lavoro nella politica, non è un lusso: è l’arte di dare forma al dissenso per generare soluzioni condivise. E la dialettica, da metodo, torna destino della cittadinanza.
da Giovanni Vallini | Nov 2, 2025 | Ambiente, Approfondimenti, Blog
La grave compromissione ambientale in atto – purtroppo artatamente misconosciuta a livello di numerosi governi – sta creando una nuova fattispecie di rischio complesso e destabilizzato, con aumento della probabilità di deterioramento dei sistemi sociali ed economici su scala locale, nazionale e globale. La storica indifferenza o la insufficiente considerazione nella maggior parte delle aree politiche ai segnali di allarme relativamente all’ambiente sono state e continuano ad essere un errore gravido di possibili serie conseguenze. Perciò, in risposta al degrado ambientale ed alla conseguente crisi climatica, due sono le trasformazioni generali della struttura dei sistemi socio-economici necessarie per rendere i contesti sociali più sostenibili ed equi. Da un lato, si rende necessaria una trasformazione nel senso di un assetto sociale sicuro e solidale per lo svolgimento dell’attività umana, entro tuttavia limiti ambientalmente compatibili, affrontando disuguaglianze e garantendo una dignitosa qualità della vita a tutti. In tale prospettiva, il raggiungimento della sostenibilità ambientale non può prescindere dal ripristino quanto più sostanziale possibile dei sistemi naturali. D’altro canto, si rende indispensabile una trasformazione per rendere la comunità dei cittadini più preparata alla crisi ambientale attraverso adeguati strumenti di resilienza sociale agli impatti dell’emergenza climatica, con estensione a tutti gli ambiti della società, comprese infrastrutture, mercati, processi politici e coesione sociale. Queste due trasformazioni – prevenire e mitigare le conseguenze del degrado ambientale preparandosi sempre di più ai suoi impatti – sono processi interconnessi. Giusto per fare un esempio, a fronte di una riduzione delle emissioni derivante da un maggiore utilizzo di energia rinnovabile a livello nazionale potrebbe migliorare la resilienza del sistema energetico riducendo l’importanza dell’estero e limitando l’esposizione alle fluttuazioni dei mercati dei combustibili fossili.
Lungi da un atteggiamento sterilmente catastrofista, è tuttavia la scienza che ci avverte come il degrado ambientale debba considerarsi una sfida senza precedenti. Come accennato, l’attuale crisi climatica richiede un rapido cambiamento strutturale dei sistemi sociali ed economici, di una portata e ad un ritmo forse mai visti nella storia dell’umanità. L’attuale paradigma politico-economico di presupposti, politiche e narrazioni in molti Paesi, Italia compresa, dettato da egoismi nazionali e da motivi di facile consenso, può rappresentare un ostacolo importante alla realizzazione di questi cambiamenti. Ma il tempo stringe. È necessaria una nuova visione che prospetti società più sostenibili, giuste e preparate, fondata su riassetti strutturali più profondi rispetto a quelli osservati in occasione di precedenti crisi, causa di rapido cambiamento dei sistemi economici. Il nostro futuro dipende proprio dalla capacità di progettarlo in una prospettiva di lungo periodo che può sembrare troppo faticosa e evitabile a breve ma che inevitabilmente presenterà un conto assai salato alle generazioni future di qui alla metà del secolo corrente.